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Alle 5.40 in punto gli autobus ci raccolgono dagli alberghi. Il mio sulla 46a , quasi ad angolo con la 9 Avenue. Lasciamo Manhattan avvolta nella nebbia. Solo l State Building svetta illuminato nella notte a farci da punto di riferimento. La visita a Ground Zero di due giorni fa mi ha confermato che l settembre non stato un film. Le torri non ci sono pi La nostra guida italiana, intanto, ci mostra l dove vive Pavarotti. Solida roccia, evidentemente, per reggere il artistico del tenore. Penso al lungo percorso che mi ha portato qui. In tutti i sensi. Due anni di allenamenti, chilometri e chilometri macinati prima nella Pineta Comunale e poi sul circuito misurato Macerano Mellitto Grumo. Tra le ironie di chi ti vede correre e il fastidio degli automobilisti. Oggi un po la mia rivincita. Ho iniziato a correre come tanti, per salvarmi la pelle, e ora non smetto pi Intanto siamo gia nel New Jersey. Oggi il dei giorni come canta Ligabue. Domenica 6 novembre 2005 restiamo parcheggiati su un prato ai piedi del Verrazzano Bridge, che ci intimorisce al solo guardarlo. Le ore passano in fretta negli ultimi preparativi. Controllo tutto: cardiofrequenzimetro, pulsazioni e se il chip elettronico sulle scarpe ben posizionato. Ed ecco che una marine di colore canta con voce impostata l nazionale. Su di noi volteggiano gli elicotteri dell portuale e quelli del New York Police Department. Serriamo i ranghi nervosi in attesa del segnale che puntuale arriva alle 10.10 (ora del New Jersey). Un colpo di cannone d il via alla maratona perfetta; l fortissima; l al massimo. Non so se delle parole scritte possono riuscire a trasmettere le sensazioni che ho provato in quel momento. Mentre la voce di Frank Sinatra ci accompagna cantando York New York in trentasettemila ci avventiamo sul ponte che collega Staten Island a Brooklyn. La gigantesca struttura sembra oscillare sotto i piedi dei maratoneti. Guardo gi nella baia i traghetti che sparano in aria potenti getti d in nostro onore. Non ci posso credere; la cosa va al di l di quanto avessi immaginato in Italia: sto vivendo un sogno ma tutto vero. Sono qui e mi tocca concentrarmi sul che sono venuto a fare. Provo a finire in 3h e 30 mi sono allenato per questo. Ma le sorprese non sono finite. Il ponte a schiena d duro; fortuna che appena arrivati a Brooklyn subentra il fattore tifo. Gli americani, a migliaia disposti sul percorso, si esibiscono in un tifo indiavolato, come da noi purtroppo si vede solo per il calcio. I bambini ci danno il cinque; gli adulti, moltissimi (a spese loro) ci passano bevande, barrette energetiche e integratori vari, fazzolettini per il sudore, frutta, sali e quant si ritiene utile. Alla sorpresa ben presto subentra la commozione quando arrivato nel Queens un signore, leggendo il mio nome sulla maglietta tecnica, mi urla: padre si chiama Albino! saluto con la mano e proseguo anche se vorrei fermarmi a parlare con lui. Arriviamo dopo ventuno chilometri al Queensboro Bridge, il ponte che ci porta a Manhattan: qui non permesso l al pubblico. Siamo soli con noi stessi. Il vento ci colpisce trasversalmente sull River. Le gambe iniziano a sentire un po la stanchezza e mi tocca attingere alla forza mentale guardando in faccia alla fatica. Mi concentro sul rumore delle migliaia di scarpe da runners che colpiscono aritmicamente l e sugli amici di allenamento rimasti in Italia che avrei voluto al mio fianco. L sulla First Avenue spettacolare! La folla, dopo il silenzio del ponte, ci accoglie con un boato assordante. Di colpo la stanchezza svanisce e le gambe girano a mille. Guardo il display luminoso che segna i chilometri e mi accorgo dell commesso. Dovevo passare al ventunesimo chilometro in 1h e 44 e invece sono a 1h e 39 Troppo veloce. Capisco che pagher pegno nella seconda parte della gara. Decido che non importa. Come direbbe il Silvio nazionale, sto scrivendo una pagina di storia, chi se ne Mi godo la giornata fino in fondo. In un crescendo da paura per il tifo scatenato, attraversiamo Harlem e approdiamo al Bronx per lasciarlo quasi subito rientrando a Manhattan dal Madison Avenue Bridge. Sono al trentaquattresimo chilometro sulla Fifth Avenue in direzione Central Park. Qui inizio la cosiddetta dei cadaveri e, cio supero tutti quelli che hanno osato troppo bruciando energie preziose. Molti abbandonano in preda ai crampi o perch hanno esaurito la benzina. La fatica si sente ormai per tutti, il glicogeno nel fegato e nei muscoli agli sgoccioli ma si continua fino alla fine. Gli ultimi chilometri sono nel parco e li percorro in un crescendo di entusiasmo. E chi si ferma pi Dietro un curvone ecco la finish line; fatta! Un signore mi mette la medaglia al collo. Un altro mi copre con il telo termico, altri mi danno da bere e da mangiare. Ghiaccio? grazie Tutti si congratulano mentre il cardiofrequenzimetro mi dice che ho chiuso il mio tempo in 3h e 41 Una ragazza del team si complimenta in italiano: di Brindisi e sta svolgendo un dottorato di ricerca in Biologia alla Columbia University. Parliamo un po del suo impossibile rientro in Italia e della continua dei cervelli La saluto e mi godo il momento. gucci belts for men christmas sale http://abundanzaink.com/images/?gucci=gucci-belts-for-men-christmas-sale